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La motivazione in età evolutiva, i pericoli della paura

a cura di Veronica Brutti

Uno dei problemi nei quali rincorrono spesso gli allenatori è la ricerca della motivazione. In che modo posso aiutare un calciatore, o un atleta in generale, ad allenarsi tot volte alla settimana per dieci mesi all'anno? Come si fa a chiedere ad una calciatrice, dopo una giornata di lavoro, ad allenarsi alle otto di sera e chiederle impegno e concentrazione? Quando poi il calciatore o la calciatrice fanno fatica a trovare posto nella partita della domenica, in che modo bisogna comportarsi? Quali sono, in sostanza, le parole adatte utili a spronare l'atleta? Poi ancora: cambia lavorare su un atleta che pratica uno sport individuale rispetto a chi pratica uno sport di squadra? A livello giovanile c'è bisogni di motivare?

Mi è capitato di discutere di questi problemi con Silvia Baldi, calciatrice pistoiese tutt'ora in forza al Fiammamonza, squadra nella quale svolge il ruolo di vice allenatrice della squadra giovanissime. Educatrice sportiva CONI, insegnante di educazione motoria nelle scuole elementari e nelle scuole materne in progetti psicomotori, assistente universitaria all'Università di Pavia nel corso "per attività motorie, di gruppo e ricreative per il tempo libero", si è laureata quest'anno in Scienze motorie all'Università di Firenze con una splendida tesi dal titolo La motivazione in età evolutiva, i pericoli della paura.

Prima di affrontare il tema della motivazione, spiega cos'è un gruppo.

(nella foto a destra: Silvia Baldi)


"Un gruppo esiste quando due o più individui apprendono di appartenere alla medesima categoria sociale. A un soggetto che entra a far parte di un gruppo consegue una modifica della percezione del sé in relazione agli altri.Secondo quanto sostiene Lewin, l’elemento costitutivo di un gruppo è rappresentato dall’ interdipendenza del destino; i membri del gruppo devono capire che la soddisfazione di un bisogno o il raggiungimento di un obiettivo, non è raggiungibile autonomamente ma attraverso l’ interazione e lo scambio con gli altri.

La squadra sportiva è un gruppo, orientato sia sul compito sia sulla prestazione; i membri sono interdipendenti, vogliono raggiungere un fine condiviso e sviluppano un’ identità collettiva.La squadra costituisce un gruppo di persone che unitamente svolgono un’ attività per raggiungere un obiettivo comune. Interdipendenza, scopo comune e identità di gruppo si perseguono attraverso modalità di comportamento armonizzate, la divisione dei compiti e del potere. La maggioranza degli sport coinvolgono gruppi o squadre. Alcune volte anche gli sport individuali sono condotti come fossero sport di squadra.

Per prima cosa si deve considerare e identificare quello che si intende con la definizione gruppo. Una squadra professionista di calcio o una squadra giovanile di pallavolo è sicuramente considerata un gruppo, ma anche una squadra di atletica o di nuoto può essere considerata tale. Altra cosa, invece, è un insieme di diversi individui che fanno footing su una pista allo stesso tempo o la folla di tifosi ad una partita di calcio. Molti autori che hanno scritto sui gruppi (McGrat o Shaw) si trovano in accordo quando affermano che un insieme di individui non è necessariamente un gruppo, in quanto ciò che definisce il gruppo è l’interazione tra gli individui che devono essere consapevoli l’ uno dell’ altro. Secondo Minguzzi, il gruppo può essere considerato come un insieme dinamico di soggetti che si percepiscono vicendevolmente, che hanno cioè totale consapevolezza l’uno dell’altro, e che sono più o meno interdipendenti per qualche aspetto."

Cos'è, dunque, la motivazione?
"In generale il termine motivazione può essere inteso come “un processo di attivazione dell’ organismo finalizzato alla realizzazione di un determinato scopo in relazione alle condizioni ambientali”.
Nell’essere umano è raro che una determinata condotta sia il risultato di un’unica spinta motivazionale, il più delle volte essa è sovra-determinata, ossia è l’esito di una concatenazione di motivazioni.
L’interesse per la ricerca della motivazione alla partecipazione emerge negli anni ’70 con uno studio condotto da Alderman e Wood (1976) con giovani atleti canadesi. Questi autori trovarono che l’affiliazione (l’opportunità di stabilire relazioni interpersonali significative), l’eccellenza (l’acquisizione di abilità sportive per primeggiare su qualcuno o per proprio interesse), lo stress ( l’opportunità di svolgere attività eccitanti) e il successo (l’acquisire status, prestigiose approvazione da parte di altri) sono i motivi principali alla base del coinvolgimento in una disciplina sportiva. Queste sono le prime ricerche effettuate da psicologi sulla motivazione, adesso cercheremo di capire cos’è la motivazione.
L’individuo inteso come unità psico-somatica deve coinvolgere tutte e due le sfere contemporaneamente, per poter avere una esaltazione di quei fenomeni relativi alla prestazione, anticipando così l’insorgenza dei sintomi veri e propri della fatica. Questo non è un’esclusiva del solo meccanismo fisiologico di natura biochimica, oppure legato a fattori tipo l’età, la costituzione fisica, il sesso, o l’allenamento, dobbiamo tener presenti altri fattori che svolgono un ruolo ancora più importante, come: il profilo della personalità, l’estrazione sociale, la monotonia, la noia e le motivazioni. Una ricerca (Buonamano, Cei e Mussino, 1993) condotta in Italia su 2589 giovani di 9-18 anni praticanti sport di squadra e individuali suddivisi in modo rappresentativo sull’intero territorio nazionale, ha evidenziato ad esempio interessanti differenze in relazione al livello socio-economico e culturale delle famiglie. Sono stati classificati in particolare quattro diversi livelli, in base al titolo di studi dei genitori, ed è stato evidenziato uno sbilanciamento verso i livelli superiori. Fra i giovani che praticano sport organizzati, infatti: il 21% appartiene a famiglie   con un elevato livello socioculturale, il 44% con livello medio-alto, il 21,5% con livello basso e il 13% con livello basso. Inoltre maggiore è il livello culturale, maggiore è la propensione a cambiare disciplina, maggiore l’età in cui si inizia a fare sport. Dai risultati di questa indagine possiamo concludere che, sulla motivazione individuale pesano anche fattori di carattere non strettamente psicologico, ma derivati dalla cultura di provenienza. Per quanto riguarda la monotonia possiamo dire che molto spesso istruttori, allenatori, rischiano inconsapevolmente di far scadere le sessioni di allenamento per mezzo di ripetizioni stereotipate, che producono negli allievi l’effetto della noia che prende spazio all’interno dell’ individuo per mancanza do soddisfazione verso un’attività che rimane estranea alla propria realizzazione. La noia, invece, rappresenta senza dubbio e in modo particolare nella popolazione giovanile di questo periodo storico, un fattore che incide fortemente su ogni tipo di comportamento. Noia e monotonia affrettano l’insorgere della fatica della fatica, che si può riassumere in:
• Fatica muscolare: dipende dall’ esaurimento delle fonti energetiche e dalla conseguente lentezza di trasferimento dello stimolo, dalla fibra nervosa alla struttura muscolare.
• Fatica generale: comporta una diminuzione della destrezza; il senso della misura è il primo a manifestare segni di affaticamento e quindi di diminuita funzionalità, in queste condizioni insorgono facilmente gli errori e anche gli incidenti.
• Fatica sensoriale: quando, in seguito alla stimolazione di senso, si ha una attenuazione delle risposte date dagli organi stessi.
La motivazione è un fenomeno complesso, ci risulta spesso difficile capirne l’incidenza su un tipo di comportamento piuttosto che un altro. E’ logico pensare che una persona più è spinta ad imparare una particolare attività più si eserciterà. Una forte motivazione è strettamente correlata ad un unico pensiero, che si traduce in grande volontà nella ricerca del raggiungimento di un obiettivo che possa appagare dei nostri bisogni.
Vari autori hanno formulato diverse ipotesi: secondo Salvini “per motivazione si indica in psicologia l’agente fisiologico, emotivo e cognitivo che organizza il comportamento individuale verso uno scopo.” Per Bertolini la motivazione è “ciò che sollecita l’individuo ad assumere ogni suo atteggiamento ed a mettere in atto ogni suo comportamento”. Secondo Singer la motivazione “influisce su ciò che facciamo, (quando vi è la possibilità di scelta) su quanto tempo ci mettiamo e su come la facciamo”. Thomas riporta la motivazione a quattro desideri fondamentali:
1. il desiderio di sicurezza;
2. il desiderio di ottenere il riconoscimento delle proprie qualità;
3. il desiderio di ricevere risposte adeguate da parte dei propri simili;
4. il desiderio di nuove esperienze.
Maslow nella sua piramide dei bisogni riporta le motivazioni a bisogni fondamentali distinguendoli in :
- AUTOREALIZZAZIONE ( metabisogni, qualità spirituali, giustizia, bontà, bellezza)
- BISOGNI DI BASE :
1. Bisogni fisiologici (cibo, acqua, ecc..)
2. Bisogni di sicurezza (protezione, mancanza di pericolo)
3. Bisogni di amore e di appartenenza (accettazione, essere apprezzati, affiliazione)
4. Bisogni di stima (autoapprezzamento, successo)"

Ci sono "vari tipi di motivazione che vengono messi in atto nella pratica sportiva:
1. Interpretazione intellettualistica: motivazione come tendenza determinante della personalità.
2. Biologica : identificata con il bisogno che attiva il comportamento.
3. Istintiva: ciò che è innato è modificato dall’ abitudine appresa.
4. Pulsionale: psicoanalitica, da cercare nell’ inconscio.
5. Antropologica: dipende dalla matrice culturale in cui vive l’ individuo.
6. Sociologica: l’ individuo ha la necessità di sentirsi in armonia con il gruppo in cui vive e di realizzarsi.
7. Umanistico-esistenziale: differenza tra bisogni e motivazioni. Le motivazioni appartengono alla sfera dei valori e degli ideali.
MOTIVAZIONI PRIMARIE
Sono rappresentate dal gioco e dall’ agonismo. Il gioco incuriosisce il bambino, ovvero offre la possibilità di soddisfare il bisogno di movimento, di immaginazione, di creatività, di affermazione e socialità.
L’agonismo è la “manifestazione matura, costruttiva e creativa dell’ aggressività”.
La strada che porta dall’ aggressività all’ agonismo è attraversata da meccanismi intrapsichici che sono :
1. La rimozione, respingere nell’ inconscio ciò che non è accettabile.
2. La sublimazione, trasformare l’ impulso aggressivo in una azione socialmente accettabile e accettata.
3. La ritualizzazione, vivere l’ aggressività all’ interno di una situazione controllata.
4. L’inibizione per identificazione, trasformare l’ impulso aggressivo verso forme di condotta reattive (protezione, affetto, gioco..)
A livello agonistico è importante che l’ agonismo rimanga entro canoni socializzati e di sublimazione degli istinti aggressivi, rispettando le regole della ritualizzazione sportiva.
Gioco e agonismo svolgono, comunque, un ruolo molto importante nello sviluppo del bambino, anche se in prospettiva dinamica abbiamo variazioni legate a seconda dell’ età, del sesso, della personalità, della situazione.
L’agonismo sorge dopo rispetto alla funzione ludica e molto spesso è influenzato più da modelli sociali esterni che per bisogni istintuali.
In molti testi vari autori scrivono che non si dovrebbe praticare attività agonistica nella fascia di età dai 9 ai 13 anni se non con funzioni ludiche generali, nella realtà la tendenza è esattamente il contrario; una preconizzazione che a 12 anni porta un bambino a giocare un numero di incontri pari a quelli di un professionista rischia di danneggiare l’ equilibrio psico-fisico del ragazzo, utilizzando un modo errato per prepararlo all’ agonismo. Dobbiamo ricordare che il periodo della pre- adolescenza è caratterizzato da instabilità psicologica, quindi sarà molto svantaggioso sottoporre l’ allievo a situazioni di stress competitivo non sufficientemente bilanciate da un Io forte che consenta una elaborazione “ sportiva” (e non personale) di una sconfitta o di una vittoria.
Le statistiche in merito all’ abbandono sportivo, registrano in questa fascia d’età le punte più alte, infatti una ricerca di Sapp e Haubenstricker ( 1978) ha rilevato che le motivazioni sono differenti a seconda della fascia d’ età considerata: i più giovani si ritirano per problemi con gli allenatori, mancanza di divertimento e eccessiva enfasi posta sull’ aspetto competitivo, mentre glia adolescenti per l’ emergere di altri interessi ( che nella tarda adolescenza coincideranno principalmente con esigenze lavorative).
MOTIVAZIONI SECONDARIE
Si riferiscono alla sfera psico-sociale, culturale, socio-economica, e sono:
1. Motivazioni al successo: ricerca di affermazione personale e sociale, affermare valori che gli altri apprezzano, stimano, desiderano.
Nel 1953 McClelland dimostra stretti legami di correlazione tra motivazione al successo e rendimento, la spiegazione è il collegamento ai processi di autostima, derivati da esperienze positive di realizzazione e successo. Abbiamo anche una reazione circolare diversa, relativa a chi non ha sperimentato situazioni di successo e quindi non è portato avere “aspirazioni al successo”.
A questo punto il ruolo pedagogico dell’istruttore è di fondamentale importanza, per evitare l’insorgere di reazioni negative nei confronti dell’allievo, cercando di non esporlo ad una serie di insuccessi che portano inevitabilmente ad una compromissione dell’attività motivazionale. Nell’allenamento di tutti i giorni l’istruttore deve evitare accuratamente la noia e la monotonia, cambiando e modificando gli scenari delle esperienze didattiche, per renderle più motivanti e stimolanti. Una indagine interessante venne condotta da Hawthorne su un gruppo di operai, dove nell’ambiente lavorativo furono apportate delle semplici modifiche ( le pareti furono dipinte in modo e con colori diversi, furono cambiati i sistemi di illuminazione) il risultato fu una migliore produzione, una maggiore voglia di recarsi al lavoro, ricerca della novità, ma la cosa più importante che emerse da questa indagine fu che gli operai dissero di avere la sensazione che qualcuno si occupasse di loro.Le modifiche ambientali apportate non avrebbero avuto nessuna attinenza con la produzione, ma sul piano psicologico esse esercitarono una grande influenza.
2. Bisogno di affiliazione: a livello psicologico il periodo adolescenziale è quello della massima spinta ad appartenere ad un gruppo, le motivazione possono essere ricercate in: assicurazione, accettazione, essere stimato, questo serve al ragazzo per bilanciare insicurezze personali, atteggiamenti di impegno, abnegazione, cooperazione.Nel periodo dai 10 ai 14 anni l’appartenenza ad un gruppo rappresenta una delle motivazioni allo sport più importanti, sia nello sport di squadra che nello sport singolo. Gli allenamenti alla resistenza raramente sono “automotivanti” nei giovani, vengono realizzati più facilmente se svolti con la complicità del gruppo.
3. Motivazione estetica: il bisogno del raggiungimento di forme ritenute “armoniche e belle”.Lo spettacolo sportivo richiede oltre alle strategie anche la parte estetica sia per chi lo pratica che per chi l’osserva, (l’azione ben coordinata, un gesto tecnico ben eseguito, ecc.) e in certi contesti può assumere una certa importanza.
4. Motivazione compensativa: nella fase evolutiva è di estrema importanza, può diventare “patologica” dopo la fase adolescenziale.Lo sport può servire come meccanismo di difesa nel nascondere o superare sentimenti di inferiorità (a livello fisico o psichico) nell’espressione di desideri infantili di tipo affermativo di aggressività latente, desiderio di potenza, dovuta ad un carico di frustrazioni non elaborate. Questi tipi di scompensi della personalità vanno osservati con attenzione e superati con opportuni orientamenti. (Si ritrovano piuttosto frequentemente e per tanti versi anche “normali” in soggetti in età evolutiva).
Singer, psicologo dello sport, divide in due la motivazione:
1. Motivazione Intrinseca:
solitamente la molla che muove questo tipo di motivazione è collegata al fare qualcosa solo per il gusto di farla, per migliorare e progredire le proprie capacità, o per sfruttarle al meglio. Forte stimolazione verso comportamenti competenti e autodeterminati nei confronti dell’ambiente circostante.
2. Motivazione Estrinseca:
ricerca di un migliore status sociale, in questa situazione abbiamo un impegno verso una attività da cui trarre vantaggi materiali, ricompense o apprezzamenti. Di solito nella motivazione estrinseca avviene un controllo da parte dell’adulto nei confronti del comportamento spontaneo del bambino o ragazzo, utilizzando ricompense o punizioni. Pensiamo ad esempio, al padre che in modo più o meno conscio imponga al figlio di giocare a calcio, incoraggiandolo attraverso piccoli ricatti di motivarlo verso una presunta carriera di calciatore. In casi di questo tipo l’educatore può cercare di liberare il bambino da questa induzione motivazionale esterna, questo nella ricerca di una dimensione ludica e soprattutto di una scelta spontanea, per evitare di esaurire precocemente la spinta motivazionale, riconducendo l’allievo verso la motivazione intrinseca, ovvero una motivazione spontanea del soggetto che possa sostenere nel tempo la propria scelta .
Entrambi i tipi di motivazione, insieme o indipendentemente, determinano il comportamento. Da cosa è originata questa spinta interna?
Secondo Singer le persone che rivelano un forte bisogno di riuscire hanno la tendenza a:
1) Prefiggersi scopi alti, specifici e raggiungibili.
2) Predisporre piani o programmi personali che saranno osservati per facilitare la realizzazione di quegli scopi.
3) Controllare continuamente i loro progressi e se sono fuori rotta, a rettificare o modificare scopi, programmi, o gli uni e gli altri.
4) Pensare tenendo i piedi per terra.
5) Tener conto dei fattori personali che potrebbero essere la causa dei risultati desiderati, come l’impegno e la fortuna.
6) Valutare con imparzialità ciò che hanno fatto e cercare di migliorare i loro tentativi anziché prendersela con gli altri o con le circostanze.
Senza dubbio un impegno di questo tipo giova all’autocompiacimento e alla soddisfazione di partecipare a un certo tipo di attività. Con l’impegno personale è sicuramente più facile ottenere risultati nei miglioramenti delle proprie capacità, contare al contrario sulle ricompense, finisca per dare risultati di portata limitata. E’ anche vero che spesso questo tipo di sistema influisce fortemente sul nostro comportamento.
A parte le cause legate a fattori culturali, dei programmi educativi, e dei sistemi di ricompensa potremmo dire che le attività motorie dovrebbero essere :
1)    Valutare in maniera positiva in prima persona.
2)    Apprezzate da altre persone legate al bambino.
3)    Soddisfacenti, impegnative e divertenti.
Singer sostiene che se mettiamo insieme queste tre considerazioni, unite ai sei fattori esposti in precedenza, ci sono ottime possibilità per avere una attività soddisfacente e ben riuscita.

Quando viene meno la motivazione, subentra la demotivazione, sindrome chiamata Burn- out che letteralmente significa “ bruciato” “esaurito”, tradotto in pratica ci troviamo in presenza di un “esaurimento emotivo” , ovvero una sensazione di totale mancanza di energia fisica e psichica, “depersonalizzazione” che arriva fino ad atteggiamenti ostili nei confronti delle persone del proprio ambiente (allenatore, preparatore fisico, ecc.). “Ridotta realizzazione professionale” completa mancanza di autostima e voglia di raggiungere i risultati prefissati quindi sensazione di inadeguatezza." In campo sportivo il Burn-out è come una perdita di ideali, energia, e scopo, ricondotto in uno stress lavorativo dovuto a vari tipi di pressioni ad esempio: pressioni socio-economiche, non deludere l’ambiente esterno (allenatore, dirigenti, sponsor, tifosi, ecc.) a dover sempre migliorare i propri risultati.In relazione ai giovani in età evolutiva che svolgono attività agonistica “precoce” è importante considerare in questa fase di crescita dei ragazzi l’attenzione ai bisogni di soddisfazione, gratificazione, riconoscimento, sentirsi importanti, approvazione del gruppo. Altrettanto importante ma da evitare, è la paura del fallimento, cattivi rapporti nei confronti dell’istruttore-allenatore, dei compagni, pressione psicologica elevata, la noia, la frustrazione. Il Drop-out si presenta negli atleti adolescenti in evoluzione fisica tecnica, dopo un certo periodo di allenamenti e gare piuttosto lungo e intenso, decidano di interrompere il proprio impegno.La ricerca di Sapp e Haubenstricker (1978) ha rivelato che le motivazioni che spingono gli atleti sono differenti a seconda della fascia d’età: i più giovani si ritirano principalmente per problemi con l’ allenatore, mancanza di divertimento e eccessiva enfasi posta sull’ aspetto competitivo, mentre gli adolescenti per l’ emergere di altri interessi (che nella tarda adolescenza coincideranno principalmente con necessità lavorative). Descriviamo più dettagliatamente i motivi che possono indurre all’abbandono precoce:
1) CRISI ADOLESCENZIALI il rapido cambiamento dei parametri fisici, e il mancato riconoscimento del proprio corpo, sono la conseguenza di una modifica anche nelle prestazioni e nelle relazioni.
2) DIFFICOLTA’ SCOLASTICHE il binomio scuola-sport è un impegno che molti adolescenti non riescono a sopportare.
3) BISOGNO DI ESPERIENZE diverse e nuove nella ricerca di costruzione del proprio Io.
Da non sottovalutare anche:
A) MONOTONIA DELL’ALLENAMENTO noia e assenza di obiettivi validi e alternativi.
B) L’ANSIA nella fase preagonistica la mancanza di capacità a gestire le emozioni.
C) INTEGRAZIONE NEL GRUPPO in generale lo sport favorisce l’individualità a scapito della coesione, prioritaria in questo periodo della crescita.
D) RAPPORTO CON L’ALLENATORE Il ragazzo spesso vede valenze genitoriali ottimali con il proprio istruttore e altrettanto spesso si sente “tradito” non capito, sente fortemente una mancanza di possibilità di crescita e di autonomia.
Cos’è allora che possiamo fare quando abbiamo una difficoltà che non riusciamo a superare? La prima cosa che dobbiamo capire è che la tentata soluzione che stiamo attuando evidentemente è sbagliata, quindi possiamo sostituirla con altre possibili soluzioni e osservare cosa succede.
Per quanto riguarda lo sport, si deve chiarire prima di tutto l’ obiettivo prefissato, poi cercare di capire il problema e di conseguenza le tentate soluzioni attuate, dopodiché dovremmo ripeterci la domanda “Che cosa ho fatto,o hanno fatto le persone che mi stanno vicino, per cercare di risolvere il problema?”. L’attenzione del problem solver si deve concentrare soprattutto sui comportamenti ridondanti, cioè quelli che sono stati messi in azione più volte: le tentate soluzioni. Parlando soprattutto dell’ età evolutiva è ancora più importante considerare le problematiche che si ritrovano molto spesso nelle attività dei bambini, dove la paura, l’ ansia, si ritrovano in tante forme, dalla chiusura verso i rapporti con i compagni o con gli adulti, dal blocco durante la gara per condizionamenti esterni dei genitori o dell’ allenatore etc. Conoscere questo approccio può essere utile per risolvere problematiche sia per l’ età adulta che per l’età evolutiva, soprattutto pensando ai sono molti casi in cui di fronte alla sconfitta del proprio allievo o figlio sia genitori che allenatori mettono in atto dei comportamenti sbagliati, o meglio disfunzionali, come ad esempio:
• Minimizzare;
• deriderlo, umiliarlo, squalificarlo per spronarlo a reagire;
• parlare, dialogare, cercare di far emergere qualche problema nascosto;
• aggredire lui o qualche altro colpevole;
• far finta di niente.
E ancora:
• fornire spiegazioni razionali;
• consolare con parole dolci;
• spronare con parole forti;
• rimproverare il bambino per il poco carattere;
•    addirittura rivolgersi a medici o altri specialisti che propongono rimedi farmacologici o simili.
Generalmente tutte le tentate soluzioni appartengono alla categoria “più di prima”: provata una soluzione e constatato che non funziona, ci si ostina a metterla in atto in maniera più pressante. La mente è poco elastica se si tratta di cambiare le premesse, e una volta che il problema è stato impostato difficilmente lo riesamina, preferendo continuare ad applicare una procedura già avviata. Potendo rendere più chiaro il concetto citiamo un aneddoto: “Si racconta di un mulo che stava attraversando con il suo carico di legna l’ usuale viottolo quando trovò un grosso tronco che ostruiva il passaggio. Il mulo, dopo un primo momento di smarrimento, cominciò a spingere con la testa il grosso tronco senza però riuscire a spostarlo di in solo centimetro. Decise allora d’ intensificare il suo tentativo prendendo la rincorsa e dando delle forti capocciate. Capocciate che diventarono sempre più violente fino a portare il mulo a morire”. E’ con l’ approccio strategico che cercheremo di trovare le soluzioni ricordando che:
• Ogni teoria è una costruzione mentale ( e non è la “Verità”), quindi è controproducente voler applicare una teoria ai fatti forzando quest’ultimi a combaciare con le aspettative del problem solver, ed è invece opportuno adattare flessibilmente la teoria alle singole realtà concrete.
• Il problem solver strategico non pretende di giungere a una comprensione di tutti gli elementi del problema di cui si occupa (sarebbe impossibile, trattandosi del comportamento umano), ma si china sul singolo meccanismo inceppato con il proposito di sbloccarlo ( parole di Paul Watzlawick, uno dei masimi teorici del Menthal Research Institute), senza illudersi di modificare la personalità degli individui o di instaurare un mondo perfetto, ma accontentandosi di rendere le persone e i sistemi umani più flessibili e liberi da vincoli, ridondanze e stereotipie.
• Scopo dell’ intervento strategico non è quindi cambiare la personalità dell’ individuo, bensì cambiare comportamenti stereotipati che sono fonte di “sofferenza” in senso lato.
• La “sofferenza” in quest’ ottica, è data dal fatto che la persona o il sistema di persone, di fronte a una certa situazione, dispone di poche possibilità d’ azione. Il comportamento è rigido e prevedibile, c’è poco spazio di manovra, e questo ostacola il raggiungimento degli scopi desiderati.
• Il criterio che guida l’ intervento strategico è quindi “ agisci in modo da aumentare le possibilità di scelta”, ossia in modo da ampliare il repertorio comportamentale delle persone che hanno chiesto l’ intervento.
• La domanda che il problem solver si pone non è “perché esiste un problema? Qual è la sua causa remota?” ma “come si deve agire per interrompere la persistenza del problema nel momento presente.”
• L’ intervento del problem solver si limita, dopo l’ analisi della situazione, alla prescrizione di alcuni compiti pratici, che vengono assegnati alle persone coinvolte nell’ induzione della persistenza del problema; così che seguendo le prescrizioni il meccanismo inceppato si sblocchi rapidamente.
• I compiti a volte vengono prescritti anche (o solamente) a persone diverse da quella/e che manifestano il problema; generalmente i problemi non esistono perché qualcuno “ha” una malattia mentale, ma perché vi è un “campo di forze” che induce la persistenza di comportamenti rigidi, e tale campo di forze è costituito da tutte le persone che fanno parte della rete umana in cui si muove la persona che ha manifestato il problema.
Parliamo di questo approccio psicologico in quanto le logiche che governano i rapporti umani nei campi da gioco sono le stesse che agiscono fuori: l’ambiente sportivo è un microcosmo che ripete gli schemi di comportamento di qualsiasi altro sistema umano. E’ vero che ci sono alcune caratteristiche specifiche del comportamento degli atleti, delle squadre, degli allenatori, ma sono meno rilevanti di quanto si potrebbe credere: il ruolo centrale della componente corporea o fisica, la tensione verso il risultato, la competizione, l’ impatto aggressivo contro la forza dell’ avversario o della natura non rendono diverse da quelle di tutti gli altri esseri umani la paura, l’ aggressività, la reazione alla sconfitta, le dinamiche di gruppo, la gestione dello stress, la concentrazione,etc."

"Il bambino che pratica sport incappa nella paura molte volte: paura di giocar male, paura del giudizio dei genitori,dell’ allenatore, dei compagni, paura di non essere bravo. I contenuti di queste paure specifiche di solito sono:
• Paura di deludere l’allenatore, gli altri atleti, i familiari..;
• Paura di fallire;
•    Paura del giudizio altrui (timore di fare brutta figura, di essere giudicati incapaci, ecc...)
Se il bambino non riesce a scendere in campo, se giocare invece di renderlo felice lo agita, se il confronto con i compagni lo rende ansioso, si possono produrre diversi effetti: acuti (manifestandosi come un attacco di ansia o di panico) e /o continui (inducendo uno stato di ansia generalizzata), così come può esservi l’adozione di tutte le tentate soluzioni (evitamento del problema, richiesta d’ aiuto e controllo). Il tutto viene peggiorato dal rimuginare, comportamento che assorbe tempo ed energia. L’evitamento fa si che il soggetto non riesca a sperimentare direttamente che la paura che lo spaventa non è poi così spaventosa: se non si confronta mai con la realtà non avrà mai la possibilità di sperimentare il fatto che la realtà a volte è negativa, ma alle volte è positiva, e quindi “perderà in partenza”, riducendosi a subire una mutilazione delle potenzialità senza essersi messo in gioco. La richiesta d’ aiuto che il bambino, così come l’atleta fa è un comportamento all’ apparenza innocente, ma in realtà molto insidioso: ricevere conforto, consigli, consolazioni, ascolto o attenzione è un potente lenitivo della tensione che si prova in un dato momento, ma agisce solo limitatamente a quel particolare frangente, mentre alla lunga distanza innesca due fenomeni controproducenti: l’assimilazione di idee pericolose e la conferma della propria incapacità. Infatti chi riceve “conforto” riceve anche, al tempo stesso, una specie di messaggio subliminale che dice: “Da solo non ce la fai, devi sempre ricorrere all’ aiuto di qualcuno ( quindi sei incapace); questo non fa bene all’ autostima. Il controllo, cioè l’ attuare comportamenti volti a rassicurare che “tutto è a posto”, può essere centrato sull’ esterno (l’ambiente, le persone, gli strumenti, ecc..) o sull’ interno ( il corpo, la mente). Se iniziamo a controllare tutte le sensazioni che provengono dal nostro corpo, instauriamo rapidamente un circolo vizioso per cui ogni sensazione di paura (tachicardia, respiro affannoso, tensione muscolare, sudorazione, ecc..) alimenta il nostro stato di allarme, riverberandosi sulla sensazione stessa, la cui intensità aumenterà ulteriormente, e cosi via. Se invece siamo convinti che per ridurre la nostra paura dobbiamo controllare l’ ambiente esterno, corriamo il rischio di affidare il benessere a condizioni che saremo costretti a verificare. Ciascuna di queste tentate soluzioni può essere interrotta rapidamente, però non deve essere fatta su invito: spiegare al soggetto che proprio le tentate soluzioni sono il problema, mantengono il problema stesso, anzi lo peggiorano. Il soggetto deve capire per sua esperienza diretta. L’ allenatore dovrebbe essere bravo a vedere comportamenti dove la paura è al centro dei pensieri e adottare il metodo migliore per aiutare a superarla.
L’ ansia, che è uno stato psichico, prevalentemente cosciente, di un individuo caratterizzato da una sensazione di paura, più o meno intensa e duratura, che può essere connessa o meno ad uno stimolo specifico immediatamente individuabile (interno od esterno) ovvero dunque una mancata risposta di adattamento dell'organismo ad una qualunque determinata e soggettiva fonte di stress per l'individuo stesso. In alcuni contesti sociali caratterizzati dalla giovane età o dalla presenza di fattori stressanti comuni (per esempio una classe scolastica) è facile che un evento vissuto come traumatizzante, come può essere l’assistere a un attacco di panico di uno dei componenti del gruppo, si trasmetta in poco tempo agli altri membri della comunità. Si riporta come esempio un caso di una squadra giovanile di pallavolo femminile dove una giocatrice aveva avuto una crisi di ansia acuta poco prima di una partita importante, e tutte le compagne di squadra vi avevano assistito; la crisi era durata una ventina di minuti, e nonostante i tentativi di rassicurazione da parte di tutti, la ragazza era stata sempre peggio; poi la crisi si era risolta a pochi minuti dall’ inizio del match. La ragazza non ne aveva preso parte, sentendosi scombussolata e sconsigliata da parte di tutti. Nei giorni successivi in squadra e nelle famiglie non si era parlato d’ altro e la cosa era diventata contagiosa. Un po’ alla volta, nel giro di una decina di giorni, tutte le ragazze di squadra avevano iniziato ad avvertire un crescente disagio, sensazioni corporee inquietanti (palpitazioni, sensazioni di mancanza di fiato, tremore, rigidità muscolare..) e tutte avevano chiesto aiuto alle compagne, all’ allenatore, a tutte le persone dello staff. Si era instaurato un clima tragicomico, connotato da estrema vigilanza, tensione palpabile nell’aria, esplosioni improvvise di agitazione, crisi di pianto. L’ indagine sulle tentate soluzioni rivelò che tutte le ragazze erano ricorse alla ricerca di aiuto , e che questo, aveva prodotto solo un peggioramento; inoltre, la richiesta di aiuto aveva creato dal nulla altre persone ansiose, tutte quelle cui veniva chiesta rassicurazione, non potendo fornirla ed essendo calate in un clima sempre più ansiogeno, diventavano a loro volta veri e propri generatori di ansia. Come in un domino, ogni elemento del sistema si appoggiava a un altro, e alla fine era crollato il sistema intero. Senza richiedere di vedere la squadra lo psicologo dello sport che studiò il caso, suggerì all’ allenatore d’indire una riunione e di insegnare alle ragazze una tecnica di misurazione dell’ ansia: “Da adesso in poi”, avrebbe dovuto dire il coach “tutte le volte che ciascuna di voi avvertirà qualche sintomo d’ ansia, dovrà porvi attenzione e dargli un voto, collocando il disagio su una scala da zero (pieno benessere) a dieci (panico). A quel punto, se l’ ansia sarà superiore a cinque dovrà rivolgersi a me, e solo a me; se sarà inferiore a cinque, dovrà tenersela per sé, senza manifestarla ad alcuno”. Fu prescritto, inoltre all’ allenatore di spiegare che per tutta la durata della settimana (tanto sarebbe durata questa prescrizione, che era stata presentata come una “ricerca” per impostare poi, in un secondo momento, un intervento specifico) le giocatrici avrebbero dovuto evitare di parlare del problema con tutti fuorché l’ allenatore. La prescrizione ottenne immediatamente un effetto visibile: la richiesta d’ aiuto si ridusse drasticamente, e nel giro di un paio di giorni le crisi erano completamente scomparse. Non fu necessario procedere oltre. Questo risultato si spiega con il fatto che a livello individuale un compito di questo tipo provoca uno spostamento dell’ attenzione dal sintomo a qualcos’ altro ( la scala), e ciò fa calare automaticamente l’ ansia ogni volta che si presenta. La persona che mette in atto questa manovra di autocontrollo sente di poter contare su uno strumento concreto (addirittura matematico), il che è un fattore molto potente in termini di suggestione e contribuisce a ridurre ulteriormente il disagio. La proibizione di parlare della paura, se non al coach, eliminò subito la classica tentata soluzione disfunzionale del problema, e instaurò rapidamente un clima di sana competizione: ogni ragazza, osservando il comportamento delle altre, potè notare fin dai primi momenti come la tempesta di richieste d’aiuto all’ allenatore si fosse ridotta, e tutte pensarono qualcosa del tipo “Non sarò certo io a mostrarmi più debole delle altre”. I fattori individuali e quelli di “gruppo” cooperano così rinforzandosi vicendevolmente, e la situazione si sbloccò senza bisogno di ulteriori mosse. Questo è un caso in cui il “paziente” (la squadra) non entra mai in contatto con il problem solver, che si limita a dare direttive a un solo componente del sistema (l’allenatore)."

Queste parole, questo elaborato scritto da Silvia, è utile per tutti gli educatori, insegnanti e allenatori che lavorano coi giovani e che spesso si trovano di fronte a problemi di questo tipo e non sanno come risolverli. Io per prima spesso mi chiedo come posso motivare i miei piccoli atleti senza danneggiare il loro gioco e i loro sogni, e a volte pongo a me stessa la questione: essendo io per prima un'atleta, capita che la forza per allenarsi e per continuare a giocare venga meno, si nasconda dietro i problemi che spesso subentrano nella mia attività.
Capire cosa sono questi problemi, sapere di cosa parliamo quando usiamo con i nostri calciatori parole come gruppo, paura, motivazione, è fondamentale per crescere uomini e donne di domani che sappiano affrontare i problemi della vita. Educare alla vita attraverso lo sport, questo dev'essere il compito di tutti gli allenatori.
"Questo lavoro si proponeva di mostrare delle idee su come affrontare lo sport da una prospettiva strategica, evidenziando come questo approccio sia funzionale al miglioramento della persona, prima che della performance o dell’ atleta; se migliora il bambino, migliora l’ atleta e se migliora l’ atleta migliora la performance; in tal modo il circolo si chiude, o meglio, si apre, divenendo un circolo virtuoso: ed è allora che la persona stessa si apre in modo più efficace alla vita e al miglioramento ininterrotto e costante che essa esige.
Si può sperare che gli ideali contenuti nello sport possano contribuire egregiamente a forgiare persone e società migliori e che la pratica sportiva possa fungere da “umanizzatore” delle persone. Perché questo accada si devono coltivare ideali alti: lo sport è prima di tutto un’attività fine a se stessa, che dà piacere e mantiene l’efficienza del corpo, non un mezzo per conseguire un obiettivo in termini di soldi ,fama o successo.
Dovrebbero essere sottolineati i valori positivi che animano lo sport: piacere, disciplina, autocontrollo, impegno, costanza, rinuncia, sacrificio, tenacia, corretta gestione dell’aggressività,combattività,rispetto per se stessi e gli altri, studio, cooperazione, collaborazione, capacità di ridere di se stessi, emulazione, spirito di gruppo,attenzione per le relazioni, ecc...Tutti questi valori, per essere collocati al meglio, dovrebbero essere tenuti in considerazione dopo che la singola persona ha stabilito una sua gerarchia di valori interna.Tutti i valori dovrebbero essere collocati in una prospettiva che può essere scorta solo dopo che la persona ha individuato qual è il suo scopo nella vita, perché, come diceva Seneca ,”Se un uomo sa verso quale porto andare, tutti i venti vanno bene”, anche quelli contrari. Individuato un porto esistenziale è più facile utilizzare ogni evento e situazione che compaia nella nostra vita; “utilizzare” significa trasformare gli aspetti negativi in opportunità di miglioramento, le difficoltà in occasioni di fortificazione e crescita.
L’ educatore, l’istruttore, anche il genitore, dovrebbero capire che la motivazione intrinseca, che è caratteristica della propria personalità, è strettamente legata a quella estrinseca e dovrebbero spingere il proprio figlio, o allievo, nella direzione in cui le scelte che prende nella vita sono pensate e volute solo da lui, spinto da ciò che lo fa stare bene con sé stesso nel rispetto degli altri."

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