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La banalità del Male
Venerdì 22 Marzo 2013 18:09

Di seguito proponiamo l'introduzione della "tesina" che Veronica Brutti, nostra collaboratrice, ha presentato ad un esame universitario. Nell'allegato Pdf è invece possibile scaricale l'intero lavoro.

 

di Veronica Brutti

Ho deciso di dedicare il mio approfondimento alla lettura del libro di Hannah Arendt, "La banalità del male", per capire e mostrare fino a che punto si possa spingere un uomo quando perde la capacità di distinguere il bene dal male, quando non è più capace di pensare con la propria testa e in questo modo attua l'autodestituzione della coscienza personale, radice di quella che è stata chiamata (appunto), la banalità del male.
Questa banalità del male è l'incapacità di sentire, il cieco obbedire ad un regime, una persona, un potere, senza pensare e ragionare se quello che faccio sia giusto o sbagliato, se la mia azione possa avere delle conseguenze e che tipo di conseguenze. È la negazione della domanda, l'accettare il fatto che è così che si deve fare senza capire perché.
Eichmann era un uomo (se così lo vogliamo definire) definito "normale" da tutte le dozzine di psichiatri che l'hanno visitato. Un uomo vuoto, con l'aspirazione continua di fare carriera e di essere ricordato, con una memoria difettosa tranne per quanto riguardasse avvenimenti per lui "gloriosi". Un uomo responsabile della morte di milioni di ebrei eppure convinto di fare la cosa giusta perché quello era il suo compito. Qualunque cosa facesse, a suo avviso la faceva come cittadino ligio alla legge.
Il sonno della mente può portare anche a commettere azioni come queste. Al giorno d'oggi, quello che sta avvenendo sempre più rapidamente è una specie di suicidio delle nostre anime, un suicidio morale [...]. Quella che stiamo sopprimendo in noi stessi [...] è la capacità di fare esperienza del bene e del male.
Come afferma la De Monticelli, occorre trovare l'essenza del valore nel risveglio.

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