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L'intervento di Maurizio Pertusi | Stampa |

Non solo "dare", ma anche "ricevere". Il mestiere di allenatore di calcio, soprattutto a livello di settore giovanile, va interpretato così, in senso "bidirezionale", in un reciproco, continuo arricchimento. Ne è profondamente convinto Maurizio Pertusi, tecnico (classe 1963, vogherese di nascita) del settore giovanile della Sampdoria.

Giocatore di buon livello negli anni Ottanta e Novanta (esordio col Derthona, due campionati vinti in C2 con Piacenza e Pavia, diverse stagioni anche in C1, una delle quali nel Chievo Verona pre-boom), frenato nella corsa al "grande football" (quello di A e B, per intenderci) soprattutto da una serie di infortuni piuttosto gravi, dopo aver appeso le scarpette al classico chiodo ha scelto di rimanere nel mondo del pallone percorrendo la strada forse più impegnativa: quella di insegnare il calcio ai giovani, ai ragazzini che con tanti sogni, tanta genuinità si affacciano sui campi verdi per dare libero sfogo alla loro passione ma, anche, per inseguire il sogno di poter diventare, un giorno, dei veri campioni. A Pertusi abbiamo chiesto un bilancio di questa prima parte di stagione dei suoi Giovanissimi e qualche "flashback" sul suo passato agonistico.

Più che allenatore - ha sostenuto Pertusi - un tecnico del settore giovanile dovrebbe definirsi un "formatore". "Il  mio lavoro, e di chi in generale ricopre identico ruolo in altre società, deve essere rivolto alla crescita del ragazzo nella sua totalità, a 360°, sotto il profilo meramente tecnico-calcistico, certo, ma anche sul piano sociale, relazionale, motorio... Tutto insomma. Siamo un po' degli educatori, ma è importante sottolineare che questo compito lo portiamo avanti in maniera non unilaterale, cioè non saliamo in cattedra a insegnare e basta: no, si crea una reciprocità, perché anch'io imparo molto dai ragazzi, cresco e mi completo"

Per Pertusi, bisogna saper cogliere la carica positiva dei ragazzi e trasferirla sul campo. Solo così si ottengono dei buonissimi frutti. I ragazzi si applicano, si divertono anche facendo grossi sacrifici sul piano del lavoro, migliorano costantemente. "Anche l'aspetto tattico - ha proseguito il tecnico doriano - a queste età non dev'essere privilegiato, cioè non bisogna scendere in dettagli troppo complessi. Diciamo che parlo di tattica come organizzazione di base, come identità di squadra. Anche perché ripeto che a livello di Esordienti o di Giovanissimi non è ancora opportuno dare connotazioni specifiche di ruolo ai ragazzi, non bisogna 'fossilizzarli', in quanto molte delle loro potenzialità devono ancora essere esplorate, ed è quindi utile metterli alla prova in diverse zone del campo. Dagli Allievi in poi si può cominciare a valutare in maniera più netta il ruolo per cui ogni ragazzo sembra maggiormente portato".

 

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